giovedì 15 agosto 2013

La camera oscura

di
Elton Varfi


"Io ho fatto questo" dice la mia memoria. "Io non
posso aver fatto questo" dice il mio orgoglio e rimane
irremovibile. Alla fine è la memoria a cedere".
                                                                           Friedrich Nietzsche


Mi piace la fotografia. Mi piace tanto. Sono un appassionato. Mi interessa fotografare uomini e donne, i loro volti. Volti che parlano, dicono tutto delle persone cui appartengono. A volte non dicono niente, perché non c’è niente da dire. Maschere di una disfatta, impassibili, senza anima.
Di solito fotografo i vagabondi o, se preferite, i barboni: chiamateli pure come volete. Sono indifferenti verso tutti e tutto, verso la vita stessa. Sono di poche parole, a volte di nessuna.
Eppure i loro volti parlano. Raccontano tutto: la vita passata, presente e certe volte anche quella futura. Basta saper leggere nei loro occhi vuoti e vedere il nulla della loro esistenza.
Ma perché mai perdo tempo a parlare dei barboni? Se proprio devo, preferirei  parlare dei miei “ferri del mestiere”.
Ho una Reflex a rullino. Non che non mi piacciano le digitali ultimo modello: la mia però, oltre ad essere un gioiello delle tecnologia, prevede il rito dello sviluppo della pellicola, e per farlo ho creato una camera oscura. Adoro la  mia camera oscura. Dalla carta fotografica bianca, immersa nelle soluzioni, emerge pian piano l’immagine impressa. Mi piace il silenzio, l’odore del bagno, la tenue, innocua luce rossa che delinea il profilo delle cose. C’è qualcosa di magico.
Il mese scorso, forse di domenica, uscii da casa alla ricerca di soggetti da fotografare. Mi aggirai per la città come un predatore sulle tracce della sua preda.
Non trovavo nulla che mi intrigasse e, quando stavo perdendo le speranze, eccolo là. Era seduto su una panchina del parco. Un senzatetto o barbone, chiamatelo come volete, stava bevendo beato dalla sua bottiglia. Mi avvicinai senza timore e lo salutai. Inaspettatamente, anche lui mi salutò. Di solito sono burberi e diffidenti. Mi fece quasi simpatia.
Gli chiesi se voleva guadagnare qualche spicciolo. Ovviamente per lui la prospettiva di un'altra bottiglia di liquore era allettante e così accettò. Lo fotografai a lungo. Si metteva in posa e mi faceva ridere. Trovavo buffo quel suo fissare l’obiettivo della macchina fotografica con i suoi occhi spenti, senza vita. La sua faccia, però, era un vero capolavoro.
Era brutto, ovviamente, ma il suo viso mi diceva tutto di lui. Mi diceva che in passato aveva avuto un lavoro e una moglie ma che, rimasto sopraffatto dalla loro banalità, aveva deciso di far finta che non esistessero affatto.
Un giorno lo licenziarono. Un altro, scoprì che la moglie lo tradiva con un uomo banale. Lo scoprì grazie ad un post-it attaccato sul frigo. Iniziò a bere, perdendo l’ultimo barlume di ragione che aveva. Ora è un vagabondo, e per lui è una liberazione. Anzi ora è libero come mai lo era stato prima.
Ma cosa sto dicendo? Mi piace volare un po’ con la fantasia. Mi piace inventare storie sulle persone di cui fotografo i volti. E diciamo la verità, il suo volto era quello di un barbone qualunque, la sua storia avrebbe potuto essere la storia di chiunque altro.
Arrivato a casa, entrai nella mia camera oscura e sviluppai il rullino. Mentre stavo stampando la foto del barbone, notai con mia grande sorpresa che non assomigliava per niente allo scatto che avevo fatto solo poche ore prima. L’uomo era lo stesso, ma era immerso in una pozza di sangue. Aveva la gola tagliata e diverse coltellate sul corpo. Mi chiesi cosa stesse succedendo e se, per caso, non fossi impazzito. “Eppure ho fotografato un tranquillo barbone. Non ricordo affatto questa scena orribile.”
Presi la foto, la misi nella tasca interna della giacca ed uscii di corsa da casa. Arrivai nello stesso posto dove avevo incontrato l’uomo; lo vidi tranquillo, intento a bere dalla solita bottiglia. “Diamine!” pensai “Forse sto impazzendo.” Tirai fuori dalla tasca la foto e la guardai. Era quella che avevo scattato a quel tipo nella sua posizione un po’ buffa. Non capivo. La foto con il barbone morto era solo frutto della mia fantasia? Tornai a casa pensieroso.
Non riuscivo a togliermi dalla testa l’immagine che avevo visto sviluppando quella maledetta foto. Un uomo massacrato. Cercai di non pensarci più, di rimuovere dalla mente quella macabra visione. Non ci riuscii, ma percepivo anche di non volerlo: non volevo dimenticare.
Il mattino dopo lessi sul giornale della morte del vagabondo. Capii che era lui dai particolari descritti con cura dal giornalista. Non ci potevo credere: la polizia aveva trovato il corpo senza vita esattamente come mi era apparso nella foto. Controllai nuovamente la fotografia e niente era cambiato. Il barbone era lì, nella sua posizione un po’ curiosa. Sembrava che si facesse beffe di me. Mi chiedevo come fosse possibile tutto ciò. Non avevo mai saputo di essere un veggente. Andare alla polizia? Mi avrebbero creduto? Decisi di non farne parola ad anima viva. Non si sarebbe mai ripetuto un episodio simile. Non volevo scoprire niente. Era e sarebbe rimasto un mistero. La foto la distrussi, per maggiore sicurezza. Dimenticare era la cosa più giusta. Perdonarmi per aver saputo, per aver visto.
Un nuovo giorno. Di nuovo in strada a cercare di fotografare i miei soggetti preferiti. Volevo che la brutta esperienza rimanesse solo un lontano ricordo.
Alla stazione ferroviaria vidi una donna che chiedeva l'elemosina. Mi avvicinai e le diedi qualche spicciolo. Lei ringraziò, ma appena le chiesi di poterla fotografare divenne nervosa e per poco non mi mise le mani addosso. Mi allontanai perché non volevo attirare l’attenzione dei passanti. Salii al piano superiore della stazione e mi sistemai sulla gradinata. Grazie al teleobiettivo riuscii a farle alcuni scatti. Al mio ritorno a casa, andai senza perdere tempo nella camera oscura. Sviluppai le foto. No! Non potevo crederci. In una immagine, sullo sfondo, la mendicante era sdraiata a terra con gli occhi cavati e il ventre squarciato a tal punto che si potevano scorgere gli organi interni. “Mio Dio, che cos’è questo orrore?” Restai affascinato da quella terribile sensazione. Disgustato per l’attrazione insana che sentivo crescere. Poi subentrò la nausea a farmi rinsavire.
L’indomani sfogliai impaziente il giornale del mattino: Un altro mendicante morto. Questa volta si tratta di una donna. Il cuore mi batteva forte, mi mancava l’aria e avevo la bocca asciutta. Avevo bisogno di sapere cosa stesse succedendo. Per alcuni giorni rimasi chiuso a casa. Leggevo ogni mattina il giornale, ma niente. Delle morti dei barboni non c’erano più notizie.
Avevo passato troppo tempo in casa privato della mia unica passione, punito. Decisi di uscire per tornare  a fotografare. Non riuscivo a controllare il desiderio di farlo. Dovevo fotografare.
Andai nei pressi di una mensa per i poveri. Diedi una buona mancia al primo barbone che incontrai. Lui non esitò a mettersi in posa. Corsi a casa e filai dritto nella camera oscura. L’immagine impressa sulla carta fotosensibile era quella di un clochard appeso per i piedi, anche lui con il ventre squarciato e gli organi interni sparsi per terra. Andai a dormire con un vuoto nello stomaco. L’indomani ero sicuro che avrei letto i particolari della morte del barbone sul giornale.
Nella notte successe qualcosa. Erano le due del mattino. Fuori era buio pesto e io mi ritrovai in macchina. Non ricordavo bene come ci fossi arrivato e cominciai a farmi delle domande: “Dove sono diretto?”
Alla mensa per i poveri, amico.
“Cosa devo fare?”
Oh, non ti preoccupare. Una volta arrivato ti sarà tutto chiaro.
“Mio Dio, che sto facendo? Perché sono fuori a quest’ora di notte?”
Avvertii il calore di alcune risposte alle mie insensate domande e le vene iniziarono a pulsare all’unisono.  Sai cosa fare. Cosa aspetti? Arrivai alla mensa. Non mi fu difficile trovare il barbone. Stava dormendo per terra ed era solo. Dormiva nel pressi dell’entrata per fare in modo da essere il primo per la colazione del giorno dopo. “Pensano sempre a mangiare! Una vita senza senso”.
Non ero sicuro di essere io a pensare che la sua vita non avesse senso, eppure lo legai con una corda trovata per caso.
Non ero sicuro di volerlo, ma non feci nulla per impedire alla mie mani di ucciderlo miseramente e alla mia testa di smettere di pensare quanto fosse inutile la sua vita.
Due giorni dopo mi ritrovai di nuovo in giro per la città. Eccone un altro. Un mendicante stava elemosinando qualche monetina ai passanti. Mi avvicinai.
Finalmente ero guarito. Avevo sempre vissuto consapevolmente solo una parte di quello che ero. Sentivo il bisogno di dare voce a ciò che non capivo, al mio io più intimo e silenzioso, che per discrezione non amava parlare con me. Agiva e basta. Adesso la mia parte ignara finalmente riconosceva la sua ombra e io mi sentivo guarito.
Entrando nella camera oscura, entrambe non vedevano l’ora di scorgere l’immagine impressa sulla carta fotografica. Era un vero divertimento, commissario, un vero spasso.  

venerdì 21 dicembre 2012

Apocalisse

di 
Elton Varfi

                                                                                                           
                                                                                                         
“Il giorno del Signore verrà come un ladro: in quel giorno i cieli passeranno stridendo, gli elementi infiammati si dissolveranno, la terra e le opere che sono in essa saranno bruciate.”
2Pietro 3:10

Anno 2012 d.C. Dicembre.                                                                                                  
L’impatto fu terribile. Per alcuni minuti rimasi a terra. Il bastardo che mi investì scappò sgommando senza neanche chiedersi se fossi vivo o morto.
Avevo la vista annebbiata e non riuscii a vedere la targa, e comunque in quel momento mi preoccupai più di capire se avevo qualcosa di rotto.
Per fortuna sembrava stessi bene. Non sentivo nemmeno dolore, ero solo scosso e spaventato.
Il bastardo ormai si era dileguato.
Stavo tornando a piedi a casa, passando da una strada secondaria dove di solito non c’era anima viva, così che nessuno avrebbe visto come ero ridotto. Tutto sommato mi sentivo fortunato. L’incidente poteva rivelarsi mortale, e io ero miracolosamente integro. Mi alzai, e dopo avere ripulito i vestiti dalla polvere, mi incamminai lentamente verso casa. 
Tutto d’un tratto il buio che accompagna la notte mi parve diventare sempre più fitto. Poi una luce accecante tormentò i miei occhi doloranti per il brusco capovolgimento di luminosità. 
Il cielo diventò rosso sangue, la terra si squarciò.
Vidi tante persone, uomini e donne. Non capii da dove sbucavano fuori. Sentivo urla, lamenti, pianti. Gente che cercava si scappare disperata. Solo in un secondo momento vidi degli esseri che sembravano  demoni inseguire la folla.
Erano demoni, ne ero certo. Un esercito di demoni che impugnava falci minacciose destinate a  conficcarsi nei corpi di quei disgraziati che invano cercavano di eludere alla loro furia. Trascinavano con loro il corpo martoriato del malcapitato fino a perdersi nello squarcio che aveva dischiuso la terra. Poi uscivano di nuovo pronti a sacrificare una nuova altra preda.  
“Questo è l’apocalisse” - pensai terrorizzato. Poi mi venne in mente che era il 21 dicembre dell’anno 2012.
“I Maya avevano ragione” - mi dissi.
Mi ripresi dallo stupore iniziale, e cercai di trovare la strada verso casa. Era un pensiero irrazionale, perché non sarei stato al sicuro nemmeno lì, ma era anche l’unico pensiero del quale la mia debole mente fu capace.
Fu una fatica inutile. Non riuscivo a orientarmi. Nulla sembrava familiare in mezzo a quel caos.
I lamenti, le grida, i pianti erano diventati assordanti. I demoni erano dappertutto.
Mi meravigliai che fino ad allora nessuno si era accorto di me.
Cominciai a correre senza una meta precisa. Volevo solo scappare da quel posto.
Alzai la testa e vidi quattro cavalieri che venivano dal cielo. Santo Iddio, è proprio la fine del mondo. L’apocalisse.
Dietro i cavalieri c’era un esercito di angeli. Almeno così mi sembrarono, o forse era solo quello che avrei desiderato fossero.
Si scatenò una battaglia epica. Angeli conto demoni. Il bene contro il male. I demoni cercavano di trascinare con loro nelle viscere della terra più persone possibili, ma gli angeli glielo impedivano.
No. Tutto questo non è reale. Non può essere reale.
E invece sì.
Era tutto quanto reale, e io ne ero un terrorizzato testimone di quello scempio.
Ero vissuto abbastanza da vedere l’apocalisse.
Con improvvisa violenza, crebbe in me un forte desiderio di pregare. Cercai di ricordare da qualche parte, negli angoli più sperduti della mia memoria, una preghiera. Non andavo in chiesa dal giorno della mia prima comunione. Non sono mai stato un buon cristiano. Anzi, a dire la verità, non sono stato nemmeno cristiano. La prima comunione me la fecero i miei genitori quando avevo solo nove anni. Diventato grande e capace di alimentare da solo il mio credo, decisi che non c’era alcun credo da alimentare, per cui non andai più in chiesa.  
Nessuna preghiera mi venne in mente.
La mia testa era vuota.
Non pensavo più.
Ero paralizzato.
Un demone si avvicinò a me con la falce, pronto a conficcarla nelle mie carni e trascinarmi via.
“È la fine” - pensai. Chiusi gli occhi aspettando che la fine arrivasse.
“Questo è nostro” – sentii una voce. Riaprii gli occhi e vidi che era il demone ad aver parlato, ma non era a me che si riferiva.
Alzai la testa e vidi un angelo che con la sua spada aveva bloccato la falce del demone.
“No. Non ancora” – disse con voce imponente l’angelo. Il demone se ne andò all’istante.
“Grazie” – gli dissi. L’angelo non mi rispose. Mi guardò fisso negli occhi e mi indicò qualcosa che si trovava alla mia destra.
Mi girai e vidi una porta bianca. Mi girai di nuovo verso l’angelo per domandare se dovevo entrare in quella porta, ma era scomparso.
Mi incamminai senza perdere tempo verso la porta indicatami dall’angelo.
Avvicinandomi, mi accorsi che la porta era parte di un edificio che prima non era visibile a causa di una enorme nube di fumo. 
Entrai.
Dentro c’era solo una stanza con quattro mura spoglie, un tavolo di legno e due sedie, sempre di legno, in mezzo alla stanza.
Le urla di fuori si sentivano meno. Mi girai per la stanza. Non capivo quello che dovevo fare. Perché l’angelo mi aveva invitato a entrare?
Per un attimo avvertii un senso opprimente di pericolo. Sentii l’impulso di uscire fuori, ma non ebbi il coraggio di farlo.
“Benvenuto” – sentii una voce dietro le mie spalle. Mi girai e con grande stupore vidi un uomo anziano di bassa statura con gli occhi chiari.
“Lei chi è?” – domandai io spaventato. L’uomo non esitò a rispondermi.
“Mi chiamano in tante maniere, ma in questo momento sono solo la proiezione di ciò che tu hai creduto in vita. Per te sarò una entità superiore.”
“Questo è uno scherzo, vero?” – domandai io perché proprio non sapevo cosa dire.
“Ti sembra si scherzi là fuori?” – mi disse ironico.
Non risposi.
“Nella tua vita non hai creduto in Dio, ma appunto in una specie di entità superiore. È vero?”
Era verissimo. La cosa strana era che il vecchietto usava l’espressione che io usavo spesso quando ero costretto a parlare di ciò in cui credo. “Credo che lassù ci sia una specie di entità superiore”. Era la litania abituale che avevo imparato a ripetere.
“Come fai a sapere questa cosa?” – domandai impaurito.
“Dove credi di essere? Cosa credi di aver visto là fuori? – domandò a sua volta il vecchietto.
“Non so dove sono, ma là fuori è l’apocalisse” – risposi.
“Giustissimo. Hai visto proprio l’apocalisse. Apocalisse letteralmente significa togliere il velo. Infatti, da ora in poi, ti verrà svelato il più grande mistero che possa esistere. La morte. Sei morto. E sei davanti a quello che in vita chiamavi una specie di entità superiore”.
Non ci potevo credere.
“Non è possibile” – dissi – “pochi istanti fa ho avuto un…”
“Incidente mortale” – rispose prontamente il vecchietto – “ e sei morto. La vita è finita e ora inizia una nuova esistenza. Cosa credevi che fosse l’apocalisse? È un apocalisse ogni volta che una persona muore e vede tutto così com’è. L’apocalisse è in lui. È in ogni uomo morto. L’esercito del diavolo si avventa per tentare di trascinare le anime dannate, e “i nostri” cercano di difendere gli uomini giusti. Tutta quella gente che hai visto fuori è tutta gente morta. E in questo momento io sto parlando con ognuno di loro proprio come sto facendo con te. Lo so che è una cosa difficile da capire, ma ti ci devi abituare”.
Ero in silenzio. Pensavo alla mia esistenza. Avevo buttato via la mia vita. Non ho mai voluto avere legami con nessuno. Non sarebbe stato nessuno a piangere la mia morte. Assurdo. Sono morto in un banale incidente stradale. “E ora?”- pensai.
“Dobbiamo stabilire cosa ti meriti” – mi rispose il vecchietto – “ma lo possiamo fare con calma. Abbiamo tanto tempo davanti a noi”.
Jonathan Parrington morì investito da un pirata della strada, la fredda sera del 21 dicembre 2012.



lunedì 19 novembre 2012

22/11/’63


Jake Epping, giovane insegnante di inglese, viene coinvolto in una strana faccenda tramite Al Templeton,  proprietario della tavola calda preferita da Jake. Nella cantina del bar c’è un passaggio temporale che collega il nostro tempo con il 1958. Bene. Al Templeton chiede al giovane insegnate di passare attraverso la “buca del coniglio” (cosi Al ha battezzato il varco temporale), e di tornare indietro nel tempo, per – udite, udite – impedire a Lee Harvey Oswald di uccidere John F. Kennedy a Dallas nel 1963. Naturalmente Jake non accetta così, su due piedi; ma Al ha dei buoni argomenti dalla sua per convincerlo. Scongiurando la morte del presidente, secondo Al, si poterebbe influire sulla sorte del mondo; impedire la guerra del Vietnam, salvando così centinaia di migliaia di vite umane, e addirittura si potrebbe evitare l’uccisione di Martin Luther King. Al Templeton aveva iniziato lui stesso questa missione, ma un cancro ai polmoni in fase terminale gli aveva impedito di portarla avanti; cosi decide di chiedere l’aiuto di Jake. Ovviamente si tratta di un missione impegnativa, anche perché né Al, né Jake  sono sicuri che a sparare a Kennedy sia stato soltanto Oswald. Per questo Jake Epping, il giovane insegnante di inglese, dovrà avere la certezza assoluta di come si sono svolti gli avvenimenti, prima di fermare Lee Oswald. Il giovane professore entra nel “buco del coniglio” non soltanto per impedire l’omicidio di Kennedy, ma anche mosso da alcuni suoi personali motivi: rendere impossibile un massacro successo nel giorno di Halloween del 1958.  Riuscirà il nostro eroe a salvare un enorme numero di vite umane?
Per saperlo dovete naturalmente leggere il libro di Stephen King, che per me è bellissimo, tanto da meritare quattro stelle sia su Anobii e sia su Goodreads.
L’argomento dei viaggi nel tempo ha affascinato da sempre gli scrittori. Da “Un americano alla corte di re Artù” di Mark Twain e fino a “22/11/’63” di King, i romanzieri hanno cercato di immaginare come potrebbe essere bello, o molto spesso brutto, se si potesse andare a zonzo attraverso il passato ed il futuro. Insomma, viaggiare nel tempo è stato sempre un sogno dell’umanità.
Devo confessare che io non ho una particolare predilezione per "il Re", come lo chiamano in tanti. La decisione di leggere il libro l’ho presa perché ero curioso di capire come sarebbe stato rappresentato il mondo con la fantasia di un visionario come Stephen King, se Kennedy fosse sopravvissuto quel 22 novembre del '63 a Dallas. In realtà credo che il mondo sarebbe stato esattamente com'è ora. La morte di Kennedy non ha cambiato niente. La morte di un solo uomo, per quanto possa essere importante e potente, non potrà cambiare né il corso della storia e né il destino del mondo.
In realtà mi incuriosiva leggere come il "Re" aveva trattato il tema dei viaggi nel tempo, e devo dire che non mi ha deluso affatto. Ma se posso scegliere, preferisco la descrizione dei viaggi nel tempo di un altro visionario “pazzo” com’era H.P. Lovecraft:

Il tempo[] è immobile; non ha né inizio, né fine. Che abbia movimento e sia  causa del mutamento è solo illusione. In realtà, il tempo stesso è illusione perché, a parte la visuale ristretta degli esseri dalle dimensioni limitate, non esistono cose come il passato, il presente e il futuro. L’uomo pensa al tempo soltanto in virtù di ciò che chiama cambiamento, ma anche quest’ultimo è illusione. Tutto ciò che era, che è, e che sarà, esiste simultaneamente.

Questo scriveva Lovecraft a proposito dei viaggi nel tempo nel suo racconto “Attraverso i cancelli della chiave d’argento”. Che dire? Una teoria affascinante e, per quanto mi riguarda molto più veritiera di tante altre.
Elton Varfi_@elton2577

domenica 4 novembre 2012

Intervista a Elton Varfi, autore del romanzo giallo Il Fantasma di Margaret Houg


di Rina Zamarra

Intervistiamo Elton Varfi, giovane autore del romanzo giallo Il fantasma di Margaret Houg, disponibile in versione ebook su laFeltrinelli a € 0,99.

Come mai ha scelto di ambientare il romanzo in Inghilterra? Quanto la passione per la letteratura gialla e noir di origine inglese ha influenzato la costruzione del personaggio dell’investigatore Ernest Devon?
Il primo libro del genere giallo che ho letto è stato “Poirot a Styles Court” di Agatha Christie. Leggere le inchieste di Hercule Poirot per me era una esperienza quasi mistica. Posso dire che per me Agatha Christie è la regina indiscussa del genere giallo e il personaggio da lei inventato, il detective Hercule Poirot, inarrivabile. Naturalmente, questo ha influenzato senza dubbio il mio modo di scrivere.

Dalla lettura del romanzo appare evidente un forte interesse per le scienze occulte. Perché ha scelto di non approfondire questo aspetto, preferendo scrivere, invece, un giallo classico?
Perché le scienze occulte sono state una buona scusa per raccontare un personaggio eccentrico come Margaret Houg.

Se dovesse raccontare in poche righe la trama del romanzo, risvegliando la curiosità di un ipotetico lettore, su quali aspetti insisterebbe di più: il mistero e il crimine oppure le trame familiari degli Houg?
Le trame famigliari degli Houg hanno in sé qualcosa di misterioso. Il crimine e il mistero affascinano non poco i lettori e io credo, senza falsa modestia, che ci sia una buona dose di questi ingredienti nel libro.

L’intreccio non lascia trasparire nessun indizio che induca il lettore a farsi un’idea più precisa del colpevole. L’intento è dunque quello di sorprendere chi legge con un finale inatteso? Oppure quello di creare un investigatore da ammirare capace di tenere sempre desta l’attenzione fino alla risoluzione del caso?
Il lettore si aspetta che l’investigatore risolva il caso, questo è scontato. Sarebbe buffo se succedesse il contrario. Un investigatore che fallisce nel proprio compito non sarebbe gradito a chi legge. Perciò l’idea è proprio quella di avere un finale a sorpresa. Naturalmente spero di esserci riuscito.

Incontreremo di nuovo l’investigatore Devon in altre avventure, come spesso accade per i romanzi gialli? E se sì, la sua storia personale avrà un’evoluzione?
Ora come ora ho altri progetti, ma non le nascondo che l’idea di dare vita a nuove avventure per Ernest Devon mi stuzzica parecchio.

Anteprima Libro: Il primo capitolo

martedì 30 ottobre 2012

Il fantasma di Margaret Houg il primo giallo di Elton Varfi



 di Rina Zamarra

Il Fantasma di Margaret Houg di Elton Varfi, disponibile a € 0,99 su Lafeltrinelli, è scritto alla maniera di un giallo classico, o meglio, di quella buona letteratura poliziesca che pone al centro della trama l’intelligenza e la perspicacia dell’investigatore protagonista. In questo caso si tratta dell’inglese Ernest Devon, sregolato, appassionato e così legato al suo lavoro da aver sacrificato, suo malgrado, la propria vita privata.
Il lettore viene invitato a seguire le indagini senza che l’autore gli conceda la facoltà di pensare a sua volta a ipotesi o congetture sul colpevole. Tutta l’attenzione viene catturata dal metodo investigativo di Devon: ci si identifica con lui, immergendosi con partecipazione ed emozione nelle svolte e anche nei momenti di impasse che costellano l’indagine.
Il giallo non si apre con il tipico delitto a cui spetta mettere in moto la trama delittuosa. L’investigatore privato ed ex-poliziotto di Scotland Yard, Devon, viene contattato per scoprire cosa si nasconde dietro la presunta apparizione della defunta signora Houg, che terrorizza nottetempo i suoi due figli. Il capofamiglia e vedovo è un miliardario che, pur essendo poco incline a prendersi cura della sua famiglia, chiede aiuto perché a sua volta turbato dalla situazione.
Gli ingredienti per costruire un giallo interessante ci sono tutti: le incomprensioni e le lotte intestine di un nucleo familiare spaccato e poco amorevole, la passione per l’occulto e la pazzia della vittima, che, infatti, è morta in un manicomio, la ricchezza del signor Houg e le accuse rivoltegli dalla stampa riguardo il suo presunto coinvolgimento nella morte di Margaret. A complicare ancora di più la vicenda vi è il carattere di Devon che, dopo aver accettato quasi di malavoglia il caso, finisce per lasciarsi coinvolgere completamente e per ritrovare così se stesso dopo la fine del suo matrimonio e gli inutili tentativi messi in atto per riconquistare la donna amata.
L’occulto e il mistero fanno solo da sfondo alle vicende, rendendole più interessanti e rivelandosi quasi una sorta di vernice sotto la quale si nasconde l’oscurità dell’animo umano.
A fare da contorno all’ambiente altolocato protagonista del racconto c’è tutto un mondo di parassiti e piccoli criminali che vivono sulle disgrazie altrui, e saranno oggetto di un’indagine parallela con tanto di morti e ulteriori assassini.
L’epilogo è sorprendente e inatteso. Il lettore, anche quello più scaltro e avvezzo alla trama di un romanzo giallio, rimane spiazzato di fronte alla scoperta dell’identità del colpevole,  proprio come il resto dei personaggi/attori della triste storia.
Devon appartiene alla schiera degli investigatori alla Miss Marple, alla Poirot o alla Maigret, personaggi che si fanno amare dai lettori per la capacità di penetrare la psicologia delle vittime e dei criminali con cui si trovano a condividere la propria esistenza, e per l’abilità nel ricostruire, tassello dopo tassello, le complicate motivazioni e le imprevedibili trame di un atto delittuoso.

Anteprima Libro: Il primo capitolo

giovedì 20 settembre 2012

Necronomicon

Come nasce una leggenda

Non è morto ciò che può vivere in eterno,

e in strani eoni anche la morte può morire.

Abdul Alharzed

Necronomicon

L’arabo pazzo di nome Abdul Alharzed morì nel 738 d.C. Nell’ultimo periodo della sua vita scrisse un libro maledetto: Al Azif. “Azif” è l’allocuzione usata dagli arabi per indicare gli strani suoni notturni (dovuti agli insetti) che si supponevano essere ululati di demoni. Della follia di Abdul Alharzed parlano molti racconti. Egli afferma di aver visitato la favolosa Irem, la Città dalle Mille Colonne, e di aver trovato, tra le rovine di un innominabile villaggio desertico, le straordinarie cronache e i segreti di una razza più antica di quella umana. Non era un seguace della religione musulmana, ma adorava delle entità sconosciute che si chiamavano Yog e Cthulhu.

L’Al Azif, che era stato diffuso largamente, anche se in segreto, tra i filosofi dell’epoca, intorno all’anno 950 venne clandestinamente tradotto in greco dall’erudito bizantino Teodoro Fileta col titolo di Necronomicon, cioè, letteralmente, il “Libro delle leggi che governano i morti”.

Infine, il testo venne soppresso e bruciato intorno al 1050 dal vescovo Michele, patriarca di Costantinopoli […] e, dopo di ciò, il suo nome fu solo furtivamente sussurrato[…].

Molto brevemente, questo è il resoconto inventato di sana pianta dallo scrittore statunitense Howard Phillips Lovecraft, non per pubblicarlo ma come scherzo a beneficio degli amici e dei suoi più stretti corrispondenti. Però questo scherzo ebbe una immediata e vasta diffusione fra gli appassionati della narrativa fantastica, ottenendo una fama che andò ben oltre le intenzioni del suo autore. “Necronomicon”: un libro che dovrebbe contenere formule e rituali grazie ai quali sarebbe possibile richiamare le terribili divinità che fanno da sfondo ai racconti di Lovecraft conosciuti in quello che è noto come il “Ciclo dei Miti di Cthulhu”.

Fin qui niente di strano. Ma come abbiamo detto, la fama del Necronomicon crebbe fino a diventare leggenda. Nel 1941 Philip Duchesnes, titolare di una libreria antiquaria di New York, inserì nel proprio catalogo (per scherzo, dichiarava lui) il Necronomicon. Forniva una descrizione precisa del volume, e ne fissava il prezzo in novecento dollari. Nonostante ciò, ricevette diverse richieste alle quali rispondeva che era già in trattativa con un’università straniera.

Nel 1953, il giornalista Arthur Scott scrisse, per il mensile americano “Sir!”, un articolo nel quale parlava del Necronomicon come di uno dei libri più rari del mondo, affermando che ne esistevano pochissimi esemplari custoditi da collezionisti privati. I riferimenti al Necronomicon cominciarono a moltiplicarsi nei bollettini delle librerie specializzate, sui quali gli appassionati inserivano degli annunci, dichiarandosi disposti a pagare il volume a qualsiasi prezzo. La fama di questo libro che non esiste varcò l’oceano. Basti pensare che, per anni, rimase in testa all’elenco dei libri più richiesti della libreria parigina “La Mandragora”.

Lovecraft si affannò inutilmente a spiegare che questo sinistro e maledetto volume era soltanto frutto della sua fantasia. Ma naturalmente nessuno gli credé. La maggioranza dei lettori riteneva e continua ancora ritenere reale l’esistenza del Necronomicon. In una lettera indirizzata ad un suo amico, Lovecraft profetizzò: “Se la leggenda del Necronomicon continua a crescere in questo modo, la gente finirà per crederci davvero, e accuserà me di falso per aver affermato di averlo inventato io”.

Nonostante la diffusione del Necronomicon inventato da lui, Howard Phillips Lovecraft morì nel 1937 convinto di aver fallito come scrittore. Ma oggi i libri di Lovecraft sono letti da centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo. Le leggende e il mito di Cthulhu fanno ancora rabbrividire, spaventare e divertire. A conclusione di questo articolo sulla leggenda del Necronomicon, il libro maledetto, devo citare ancora il suo sfortunato autore: “Non è mai esistito un Necronomicon di Abdul Alharzed, perché sono stato proprio io a inventarlo... e la spazzatura messa in circolazione da sedicenti teosofi rientra nell’ambito del falso proditorio”.

venerdì 31 agosto 2012

Il fantasma di Margaret Houg

Finalmente “Il fantasma di Margaret Houg” si può acquistare presso la libreria on-line Ultima Books. Per il momento è in versione eBook e in formato ePub e MOBI. Fra pochi giorni il libro sarà presente anche su Amazon pronto per i dispositivi Kindle. E non solo. Sempre fra pochi giorni, sarà presente in almeno una trentina di librerie on-line e anche su iTunes... Spero, in un prossimo futuro, di riuscire a rendere disponibile anche la versione cartacea del libro. Se qualcuno vorrà acquistarlo direttamente dal blog, lo potrà fare cliccando sull’icona sulla destra in alto.
Come acquistare l'e-book
Puoi acquistare l'e-book in uno dei negozi online elencati qui sotto:
Ultima Books
Amazon

La Fertrinelli.it
Libreria Rizzoli
Hoelpi.it
IBS.it
Bookrepublic
iTunes
BOL.it
Ebookizzati
DeaStore
Mrebook
Omnia Buk
Escalibooks
Net-Ebook
Libramente
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